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Filmforum 1994/1995 - 1° ciclo

4 novembre 1994

PERCHE’ BODHI DHARMA E’ PARTITO PER L’ORIENTE?

Regia: Yong-Kyun Bae

Con: Hae Jin Huang, Su Myong Ko, Pan Yong, Won-Sop Sin, Hae Yong Kim

Nazionalità: Corea del Sud

Durata: 130

Genere: Drammatico


In un piccolo eremo semidiroccato fra le montagne della Corea vive in rigorosa ascesi un anziano maestro zen insieme a due discepoli, il giovane Kibong e il piccolo Haejin, un orfano di cinque anni. Un giorno Haejln, giocando fra gli alberi con la fionda, colpisce involontariamente un uccello che sta covando, e ne distrugge il nido, fra le strida del compagno rimasto indenne. È il primo impatto di Haejin con la morte. Il bambino compie infatti inutilmente ogni tentativo per curare l’uccello ferito, che muore nella notte. Haejin lo sotterra l’indomani - vincendo il ribrezzo per la putrefazione - osservato e come sgridato dalle strida dell’uccello rimasto solo, che da quel momento lo seguirà ovunque. Altra esperienza penosa per il bambino è quella della sofferenza fisica, quando dal maestro gli viene estratto in modo rudimentale un dente cariato; quella del dolore quando chiede al maestro se nel mondo tutti siano orfani come lui; e dello smarrimento pieno di paure quando gli accade una volta di trovarsi tutto solo nella notte, con l’unica compagnia di un giovane altrettanto sperduto. La vita del bambino si svolge a contatto della natura, dei suoi ritmi e dei suoi elementi: l’acqua, la vegetazione, il sole, il vento e la pioggia, il fuoco, i giorni, le notti e le stagioni, i rischi, le insidie e le ostilità del quotidiano, abbandonato a se stesso, senza una figura di madre o di donna che vegli su di lui. La curiosità caratteristica dell’infanzia lo porta ad osservare, ascoltare e sperimentare ogni cosa: così non perde nulla delle istruzioni e dei suggerimenti che il maestro va impartendo al giovane Kibong per la sua iniziazione, partecipandovi indirettamente. Il tema fondamentale del maestro è quello della circolarità dell’esistenza, che non ha inizio né fine, e quello dell’"illuminazione", un’esperienza profonda che consente al contemplativo di capire ogni cosa e di giungere alla liberazione. Sentendo prossima la fine, egli affida a Kibong il compito di provvedere alle sue esequie. Prima, però, il giovane monaco vuol recarsi in città per acquistare delle medicine col ricavato di un’umile questua fra la gente. Ha modo così di confrontare l’esistenza rumorosa e consumistica di quel mondo con quella del suo, silenziosa, austera e meditativa. Morto il maestro, Kibong ne celebra di notte il rito della cremazione, osservato di soppiatto da Haejin, e ne disperde le ceneri all’intorno; poi sale all’alba su una vetta scoscesa incontro al sole, per inoltrarsi infine, all’imbrunire, nel folto della selva, dove scompare, dopo aver affidato al bambino gli indumenti del maestro. Rimasto solo, il piccolo Haejin torna fortunosamente all’eremo e brucia gli indumenti del maestro. Rimangono solo sulla soglia le bianche calzature di lui, rivolte verso l’ingresso. Haejin le inverte verso l’uscita, rientra e chiude la porta. L’uccello superstite spicca il volo e si libra alto nel cielo.

Fonte: www.cinematografo.it


- PARDO D’ORO AL FESTIVAL DI LOCARNO 1989.



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